La minestra europea di Barroso
José Manuel Barroso riceverà un’investitura “politica”, e non formale, al Consiglio europeo di oggi a Bruxelles. Ma, aldilà della procedura, la sua riconferma alla testa della Commissione è questione di settimane. Il presidente francese Sarkozy e la cancelliera tedesca Merkel esigono “garanzie” sul programma. Dopo la disfatta elettorale del 7 giugno, la tentazione anti Barroso ha colto buona parte dei socialisti all’Europarlamento.

Barroso per certi aspetti ha deluso. Cinque anni fa, era piaciuta la sua verve dopo il grigiore di Prodi. Avevano impressionato le idee forti sull’Europa che non deve cedere al multiculturalismo. Poi è stato travolto dai “no” al Trattato costituzionale. Più che governare, Barroso ha mediato e gestito, assecondando la rinazionalizzazione della politica europea. L’Europa si fa con quello che si ha e Barroso è il presidente di una Commissione al servizio dei governi, anziché delle chimere federaliste. Semmai c’è da sperare che, come spesso accade nei secondi mandati, si senta libero dalla tutela dei grandi elettori e difenda le fondamenta dell’Ue: mercato interno e concorrenza, messi in discussione dalle risposte nazionali alla crisi. Ma ormai da un decennio la Commissione si sta trasformando in un segretariato e l’evoluzione sarà rafforzata dal Trattato di Lisbona, nel caso di “sì” irlandese in autunno. Lisbona, però, offre la prospettiva di una nuova leadership con l’arrivo del presidente fisso dell’Ue. L’ex premier inglese Blair è l’uomo giusto per compensare la perdita di autorità della Commissione.